Marzia Migliora porta il Sale di Realmonte alla Biennale di Venezia

Intervista con Marzia Migliora

 

Il Museo del Settecento Veneziano, nello storico palazzo Ca’ Rezzonico sul Canal Grande a Venezia, accoglie fino al 26 novembre 2017 la mostra “Velme” di Marzia Migliora. Si tratta di un progetto che nasce, com’è tipico dell’artista, dall’interazione con gli spazi che ospitano i suoi lavori.

Il risultato è un “mondo novo”, in cui la storia del museo e della città viene affrontata e riletta attraverso gli occhi di un’artista particolarmente sensibile alle tematiche sociali e politiche del mondo contemporaneo.

Ne abbiamo parlato con lei e abbiamo scoperto, tra le altre cose, come partendo da Moby Dick si possa finire nelle miniere di salgemma in Sicilia…

Intervista con Marzia Migliora di Lorenzo Rossi

Marzia Migliora
Photo Simon Perethoner
Marzia Migliora Photo Simon Perethoner

Tu usi diversi tipi di linguaggio nel tuo lavoro, dalla fotografia al video, dalla performance all’installazione al disegno. Come scegli all’interno di queste possibilità?

Penso che non sia esattamente una scelta, si tratta piuttosto di un’idea. Quando a un certo punto della ricerca, dello studio sull’argomento che sto trattando, si forma un’idea, il più delle volte è già anche una tecnica. All’interno di questa idea convivono prima di tutto un pensiero, poi una forma e questa forma è già sviluppata con una tecnica, quindi la tecnica è essenzialmente e solamente al servizio dell’idea. Quando dico che nasce un’idea voglio dire che nasce qualcosa che per me funziona dal punto di vista concettuale, formale e tecnico, queste tre cose si sposano in un pensiero che si materializza in quella specifica forma. Quindi la tecnica è già dentro a questo pensiero.

Foto di sopralluogo dell'artista presso la Miniera Italkali, Realmente, photo Nicolò Stabile

Un aspetto centrale nel tuo lavoro è il rapporto con i luoghi, sia con il luogo fisico dove avviene la mostra, sia in senso più ampio con la città, con il contesto generale in cui la mostra si inserisce. Qual è stata la tua prima reazione sapendo che avresti lavorato a Venezia, un luogo con una stratificazione di storia e significati come pochi al mondo?

È a forza di infinite suddivisioni basate sulle differenze inconcludenti che certi dipartimenti della storia naturale diventano così repellentemente intricati.
Herma Melville, Moby Dick, Adelphi Edizioni, Milano, 1987.

Pensa che per approcciare il lavoro di Venezia il primo libro che ho letto è stato Moby Dick! E’ il caso di dire che sono partita non da lontano, ma da lontanissimo. Le letture diventano talvolta strumentali a quello che cerchi, almeno per me è così. Tra le righe di Melville ho trovato un pensiero collegato allo sfruttamento delle risorse animali, ma che si può estendere a ogni tipo di sfruttamento. Le navi baleniere descrivono sì la realtà della mattanza delle balene, ma sono anche sottotraccia un altro tipo di mattanza, quella che avveniva sulle navi che negli stessi anni trasportavano gli schiavi dall’Africa al continente americano. Questa brutalità umana contro altri esseri viventi e contro altri essere umani ha come scopo lo sfruttamento e la trasformazione di quello che l’uomo trova in natura in merce: la balena è merce, lo schiavo è merce.

Un’altra sollecitazione, più segreta, che arriva sempre da Moby Dick è lo spostamento che è stato fatto a un certo punto dal grasso di balena al petrolio: il grasso di balena era una sorta di carburante per la luce, serviva per fare le candele che portavano la luce nella casa delle persone e con la scoperta del petrolio, cioè con un altro tipo di sfruttamento, questa volta nel sottosuolo, viene meno la necessità della caccia alle balene. Lo sfruttamento si sposta sotto terra, alla ricerca del petrolio. Non a caso poi io sono andata sottoterra a cercare dei materiali per la mostra: il salgemma, che ho trovato nella miniera di Italkali a Realmonte in Sicilia.

Un altro tipo di ricerca che ho fatto prima di arrivare all’interno di Ca’ Rezzonico è stata lavorare su quello che non si vede, quello che c’è sotto l’acqua, da qui anche il titolo della mostra che è appunto “Velme”. La parola velma, indica una porzione di fondale poco profondo dell’ecosistema lagunare, è una sorta di isolotto, visibile soltanto in occasione della bassa marea. Le velme, così come l’intero ecosistema lagunare veneziano, sono fortemente a rischio a causa del degrado morfologico dell’area e dell’erosione dei fondali marini, che vengono messi a rischio dall’inquinamento, dalle grandi navi, dal moto ondoso delle piccole imbarcazioni che vanno troppo veloci, dalla pesca di frodo fatta in un modo poco rispettoso dei fondali. Questo insieme di cause ha influito gravemente sulla vita della laguna e di Venezia, l’acqua si è alzata di 10 centimetri in trent’anni e poi ci si chiede perché… quando è evidente che le cause sono imputabili al nostro comportamento sopra la superficie acquatica e non ci rendiamo conto che quello che accade sotto la superficie, è esattamente lo specchio di quello che accade sopra.

Marzia Migliora
quis contra nos., 2017
Scritta adesiva su specchi della collezione 
cm 59,3 x 5,9- cm 79,1 x 7,9 cm 44,5 x 4,4
Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
Photo Renato Ghiazza
Marzia Migliora quis contra nos., 2017 Scritta adesiva su specchi della collezione cm 59,3 x 5,9- cm 79,1 x 7,9 cm 44,5 x 4,4 Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli Photo Renato Ghiazza

E da qui possiamo fare un riferimento, anche se non immediato forse, all’intervento che ho fatto sugli specchi della collezione all’interno di Ca’ Rezzonico, dove ho scritto “Quis contra nos”, ossia Chi contro di noi. E il visitatore, quando ci si specchia, vede la risposta: noi siamo contro di noi, noi ci stiamo comportando in un modo che mette in pericolo l’equilibrio naturale in nome dello sfruttamento e del lucro.

Tutta la mostra in realtà è una metafora sulla città di Venezia, su come questo luogo, che è il museo a cielo aperto per eccellenza, sia ormai come un grande hamburger di McDonald’s, pronto per essere divorato. Non è più una città a misura d’uomo, è a misura di turista.

Le velme sono anche un’immagine precisa per descrivere la tua ricerca, fai in generale un lavoro di svelamento, che mira a far emergere ciò che è nascosto, sommerso.

Sì, è così, questo è il motivo del titolo che ho dato alla mostra, con un termine che non è semplicissimo in verità, che pochi conoscono, forse qualche barcaiolo della laguna! Ma anche questo è bello, scoprire una nuova parola, svelarne il significato. Le velme ci sono da sempre, vanno solo illuminate, così come il mio lavoro a Cà Rezzonico, non scopre nulla di nuovo, lo porta solo in evidenza.

Anche i temi che affronto nella mostra sono a tutti ben noti: la schiavitù all’interno del mondo del lavoro, l’abuso e lo sfruttamento di vaste fasce della popolazione che essendo in povertà accettano qualsiasi condizione di lavoro e bassissime retribuzioni, l’abuso sulle donne che è qualcosa di cui non abbiamo ancora finito di parlare, lo sfruttamento delle risorse naturali in questo momento storico in cui il Papa regala la sua enciclica sull’ambiente al presidente americano Trump, purtroppo senza fortuna…. Dal Settecento a oggi la strada percorsa è tanta, le problematiche cambiano ma fondamentalmente rimangono le stesse…

Cambia la manifestazione nei diversi momenti storici, ma il cuore del problema rimane lo stesso…

Esatto, alla base c’è una fame di potere insaziabile e da lì piccolo o grande che sia nasce l’abuso, che può essere su un animale o sulla natura o su una donna o su una popolazione intera.
 

Esistono secondo te delle forme di relazione, dei momenti all’interno della nostra vita, che riescono a sfuggire a questa dimensione dell’abuso, della sopraffazione?

E’ molto difficile, ogni gesto che compiamo è dentro una rete di relazioni data, se guidiamo la macchina consumiamo il petrolio, se compriamo un fondo di investimento andiamo a foraggiare un sistema capitalistico, se compriamo la pasta al supermercato non sappiamo se quel grano è stato coltivato su un terreno inquinato, se acquistiamo delle scarpe non possiamo sapere quanti anni aveva chi ha cucito quelle suole… sfuggire a questo probabilmente significa vivere su un’isola deserta! Oppure essere molto informati e far sì che alcune delle nostre scelte, dalla più semplice alla più complessa, cerchino di essere il più possibile etiche. Ad esempio ho lavorato molto sul mais per il mio lavoro alla Biennale di Venezia 2015 e ho scoperto che parti di mais ci sono in tantissimi cose, dalle merendine ai dentifrici alla pasta… cercare di seguire il percorso di un alimento come il mais diventa davvero problematico e questo dà l’idea della complessità del mondo in cui siamo immersi.

Come è nata in questo contesto l’idea di usare il salgemma e di visitare la miniera di Realmonte in Sicilia?

L’elemento del sale è parte integrante della mia ricerca per questa mostra.
Venezia ha avuto un rapporto molto stretto con il sale fin dagli albori della storia della città, il sale fu una delle prime merci di scambio, il “Magistrato al sal”, fu una tra le più importanti magistrature della Serenissima. Dal 1200 il monopolio del sale, divenne per Venezia un autentico strumento di potere sul piano internazionale. Alla fine del 1200, periodo di massima produzione del sale in laguna, esistevano 119 saline.

In città ci sono ancora molti magazzini che erano destinati al sale, alcuni trasformati oggi in luoghi d’arte. Il sale è detto anche oro bianco e le saline in Italia sono state un luogo di lavoro forzato fino a Vittorio Emanuele e ancora lo sono in alcune parti del mondo. Ci sono quindi intorno al sale molte connotazioni tangenti ai concetti della mostra.

Il sale è sintesi del mare, anche la formazione salina della miniera di Italkali non è altro che un prosciugamento delle acque risalente a 6 milioni di anni fa. Quindi anche questa sedimentazione di salgemma in cui è scavata oggi la miniera è la sintesi dell’acqua e del mare.

Marzia Migliora
La fabbrica illuminata, 2017 
Banchi da orafo, blocchi di salgemma, corpi illuminanti
cm 240 x 120 x 1470

Collezione privata, courtesy Fondazione Merz
Photo Renato Ghiazza
Marzia Migliora La fabbrica illuminata, 2017 Banchi da orafo, blocchi di salgemma, corpi illuminanti cm 240 x 120 x 1470
 Collezione privata, courtesy Fondazione Merz Photo Renato Ghiazza

Le opere che portano il sale all’interno della mia mostra a Ca’ Rezzonico sono due:

“Mondo novo” utilizzo alcune delle sculture lignee degli Etiopi portavaso di Andrea Brustolon, che fanno parte della collezione, e al posto dei vasi cinesi che normalmente sostengono ho messo dei piccoli blocchi sale, trasformando così gli Etiopi incatenati in lavoratori.

Marzia Migliora
Mondo novo, 2017
Asta metrica angolare 100 cm, salgemma con Etiopi portavaso della collezione
Dimensioni variabili
Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
Photo Roberto Marossi
Marzia Migliora Mondo novo, 2017 Asta metrica angolare 100 cm, salgemma con Etiopi portavaso della collezione Dimensioni variabili Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli Photo Roberto Marossi
Marzia Migliora
Mondo novo, 2017
Asta metrica angolare 100 cm, salgemma con Etiopi portavaso della collezione
Dimensioni variabili
Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
Photo Roberto Marossi
Marzia Migliora Mondo novo, 2017 Asta metrica angolare 100 cm, salgemma con Etiopi portavaso della collezione Dimensioni variabili Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli Photo Roberto Marossi


Nell’altra opera, “La fabbrica illuminata”, vado a collocare su 5 banchi da orafo 5 blocchi di salgemma provenienti dalla miniera Italkali di Realmonte. I blocchi di salgemma sono posti sui tavoli per essere trasformati, per questo sui tavoli è disposta un’attrezzatura da lavoro. Al centro di quest’opera c’è la forza lavoro umana, la sua capacità di prendere la materia così come la troviamo in natura e di trasformarla in qualcosa di estremamente prezioso. Per sottolineare questo ho fatto illuminare puntualmente tutti i busti in marmo che sono presenti nella sala, i blocchi di salgemma a prima vista sembrano marmo e così si è portati a pensare che quei busti potrebbero essere stati ricavati dai blocchi sui tavoli, grazie l’abilità dell’artista.

Il titolo dell’opera, “La fabbrica illuminata”, deriva da una composizione del compositore veneziano Luigi Nono, che nel 1964 va all’Italsider di Genova e registra non solo i rumori delle grandi presse meccaniche, ma anche le voci degli operai in protesta. E immaginiamo come questo brano poteva risuonare nel 1964 in una sala da concerto! Nono porta in una sala dove si va elegantemente vestiti e con i gioielli di famiglia quello che sta dietro il prodotto ed è quello che cerco di fare anch’io in questa sala di Ca’ Rezzonico, mostrare cosa c’è dietro una dimora che viene presentata come un esempio del Settecento, ma è un esempio patrizio, ricchissimo: qualcuno deve pur aver realizzato quegli intarsi, quei mobili, quei pavimenti, qualcuno “ha lavorato per” e questo normalmente non viene mostrato.

Così come il salgemma, destinato all’oscurità perenne della miniera, grazie al lavoro dell’uomo viene di nuovo riportato alla luce, illuminato appunto.

Marzia Migliora
La fabbrica illuminata, 2017 
Banchi da orafo, blocchi di salgemma, corpi illuminanti
cm 240 x 120 x 1470
Collezione privata, courtesy Fondazione Merz
Photo Renato Ghiazza
Marzia Migliora La fabbrica illuminata, 2017 Banchi da orafo, blocchi di salgemma, corpi illuminanti cm 240 x 120 x 1470 Collezione privata, courtesy Fondazione Merz Photo Renato Ghiazza

Un’ultima domanda su com’è andata la tua visita in miniera: avevi un’idea precisa di cosa cercavi, di cosa avresti trovato a Realmonte?

Ho avuto la fortuna di poter visitare la miniera, quando sono arrivata non avevo le idee chiare su cosa volevo, sapevo che il salgemma era un materiale per me importante all’interno del progetto della mostra, ma non sapevo ancora come approcciarlo. E la cosa straordinaria è stata essere accompagnati da un geometra della miniera, che ha avuto la pazienza di rispondere a tutte le mie domande (molte in verità!) mentre ci conduceva all’interno di questi enormi cunicoli, il posto è davvero incredibile, ti sembra di arrivare al centro della terra. E’ una grande installazione fatta dagli operai e dalle macchine e dalla storia della terra e certe pareti argillose di questi cunicoli avrei voluto portarmele via così come sono!

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Marzia Migliora, l’Artista

MARZIA MIGLIORA (Alessandria 1972, vive e lavora a Torino).

Il lavoro di Marzia Migliora si articola attraverso un’ampia gamma di linguaggi che includono la fotografia, il video, il suono, la performance, l’installazione e il disegno. Le sue opere traggono origine da una profonda attenzione per l’individuo e il suo quotidiano: eventi minori, fatti d’attualità  e memorie personali da cui l’artista si muove per affrontare temi come l’identità, le contraddizioni, il desiderio e la responsabilità, toccando la storia presente e passata e mettendo in relazione luoghi e narrazioni. Le sue opere si pongono come interrogativi che mirano a un coinvolgimento attivo del fruitore, che diventa protagonista e senza il quale l’opera stessa non può essere risolta. Ne deriva un lavoro composito capace di alimentare un’esperienza condivisa, di forte partecipazione emozionale e intellettuale per il pubblico.

www.marziamigliora.com

Marzia Migliora
Photo Jacopo Salvi
Marzia Migliora Photo Jacopo Salvi

Lorenzo Rossi

Prima appassionato e poi collezionista d’arte contemporanea. Esperto d’arte Lorenzo Rossi lo è per affinità (e raffinamento) di gusto, per frequentazione ormai pluri decennale. Guidato da curiosità intellettuale e istinto si districa nei diversi linguaggi dell’agire artistico dei nostri giorni con discernimento sicuro e pronta lettura.
Perché la sua passione si fonda su una solida formazione filosofica in cui l’estetica non si distacca mai dall’etica ed entrambe si nutrono di rigoroso metodo analitico.
Per professione poi, una carriera interamente spesa nella produzione editoriale e nella didattica, Rossi ha sviluppato innate capacità di dialogo in arte maieutica. Lui stesso lettore di Velme, paesaggi nascosti o appena intravisti, è capace di svelarli al suo interlocutore.
Così nella conversazione con Marzia Migliora ci guida nella visita alla mostra di Cà Rezzonico, facendo sì che sia l’artista stessa, nel racconto, a dare contezza della sua opera. Non per spiegarci, ma per farci vedere. In un parlare di arte che è esso stesso parte dell’opera.

Lorenzo Rossi photo di Maurizio Mazzali
Lorenzo Rossi photo di Maurizio Mazzali
7 giugno 2017

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